L'AI è un argomento sempre più ricorrente nei consigli di amministrazione, ma per molti dirigenti questo vuol dire trovarsi di fronte a dei punti ciechi relativi ad aspetti critici di strategia, governance e implementazione. Gli utenti nativi dell'AI sono ancora pochi e la maggior parte fatica a mettere in relazione gli obiettivi di alto livello dell'azienda con la necessità di sistemi pratici e affidabili.
Per esplorare questa evoluzione, la dott.ssa Maya Dillon, astrofisica, leader di pensiero sull'AI e CEO della società di consulenza XSAIA, ci ha raggiunto a The AI Forecast. Nella sua conversazione con il conduttore Paul Muller, Maya sottolinea la necessità di stabilire una leadership centrata sull'uomo nell'AI e l'importanza di comprendere l'impatto olistico che l'AI ha sulle aziende.
Ecco alcuni punti salienti della conversazione tra Paul e Maya.
Paul: Cosa significa per te AI?
Maya: Per me, l'AI è sinonimo di co-creazione. Per fare un esempio personale, io ho tanti hobby creativi che divergono enormemente da quello che c'è sul mio CV. Dipingo, scrivo, suono. Quando uso l'AI, voglio che sia uno strumento che migliori la mia voce o qualsiasi altra cosa io crei. Utilizzo l'AI per trovare nuove idee o potenziare quelle che già ho. Questo è il processo di co-creazione.
Significa migliorare ciò che c'è già. Come molti hanno già detto e come immagino tutti sappiano, l'AI dovrebbe potenziare l'intelletto umano. È per questo che è stata inventata. Serve a far emergere il meglio di noi e ad aiutarci a migliorare ancora di più.
Paul: Ci hai detto che i veri vincitori dell'AI non saranno quelli che dispongono della tecnologia migliore ma della leadership migliore. Potresti spiegare meglio questo punto?
Maya: In buona sostanza, una leadership AI-first significa vedere l'AI non solo come uno stack tecnologico ma di considerarla in termini di strategia. Quando le aziende impiegano l'AI, le migliori sono quelle che prendono in considerazione l'impatto olistico dell'AI.
Normalmente, quello che succede è che le persone riconducono l'AI a un mero tema di IT o ricerca e sviluppo, salvo poi chiedersi perché non avvenga nessuna trasformazione. Perché non si pongono come dei rivoluzionari? Il motivo è che quando i progetti di AI iniziano a essere sviluppati e implementati, si sta già sfidando e cambiando lo status quo. Per sviluppare e costruire l'AI è necessario porsi alcune domande. Quale problema voglio risolvere? Come intendo risolverlo? Chi sto servendo? Come verrà distribuito questo progetto e quale impatto effettivo avrà?
I veri leader dell'AI coinvolgono tutti gli aspetti di un'azienda. Se non si adotta questa visione olistica, ci si ritroverà a passare costantemente da un punto di contatto all'altro, in balia dell'ultimo ritrovato tecnologico arrivato sul mercato da accaparrarsi. È come se tutti corressero in avanti mentre tu resti indietro. E il segreto non è che gli altri hanno l'algoritmo più veloce o più avanzato che ci sia, ma che vedono il mondo come l'ho appena descritto: creano la soluzione con l'idea che chiunque la implementi raggiungerà il traguardo X, Y, Z.
Paul: Molti avvertono un'enorme pressione competitiva, della serie: "Se non iniziamo a fare qualcosa, la concorrenza ci sorpasserà. Intanto incominciamo, a ripulire i disastri ci penseremo più avanti". Potresti dirmi perché succede? Perché, a livello intuitivo, non sembra un approccio così sbagliato.
Maya: L'AI è ormai prolifica ed endemica. È dappertutto. Ma il motivo per cui questo approccio è sbagliato è per l'impatto reale che queste soluzioni hanno sulle persone, e non solo sulle aziende. Potremmo stare qui fino a domani a elencare esempi in cui agire in questo modo si è rivelato un errore, a parlare delle vite che sono state colpite da questi errori e dei danni alla reputazione che hanno provocato.
E, a questo proposito, il danno reputazionale di questo approccio è un fattore importantissimo da tenere in considerazione. Un dirigente di successo ha detto che ci ha messo 20 anni per costruirsi una reputazione e due minuti per distruggerla. Il problema è che, una volta danneggiata la reputazione, l'impatto sul valore e sul patrimonio intangibile è incalcolabile.
Paul: So che sei una grande sostenitrice del mentoring. Hai qualche consiglio per i futuri mentori e allievi?
Maya: Nella mia carriera, sono stata sia mentore che allieva. Quando qualcuno ti chiede di fargli da mentore, bisogna sempre tenere a mente una cosa: il suo successo non è una minaccia per te. Siamo tutti cresciuti in un mondo in cui si pensa che il successo sia una specie di gioco a somma zero, ma non è vero. Una candela non si consuma più in fretta se ne accende un'altra.
La verità, anzi, è che il tuo successo è accresciuto da quello degli altri. Se ci facciamo tentare dalla mentalità della scarsità e iniziamo a pensare "oh no, se aiuto questa persona mi ruberà il lavoro o le mie opportunità", allora saremo per sempre vincolati da questo tipo di pensiero, da questa profezia autoavverante, la porteremo avanti e noi rimarremo indietro.
Ascolta la conversazione completa con la dott.ssa Maya Dillion su The AI Forecast su Apple Podcast, Spotify e YouTube.
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